Marco Romanelli talks about my work | Maggio 2012

Ogni progettista corrisponde ad un paesaggio. Paesaggio che, nel tempo della sua vita creativa, il progettista percorre in lungo e in largo, salendo sulle vette e immergendosi negli abissi. Paesaggio in cui noi fruitori del progetto siamo invitati ad entrare in punta di piedi, impossibilitati a comprendere pienamente certe strade, certi vicoli tortuosi, certe impasse. 

Questo, naturalmente, nel caso di progettisti che abbiano scelto il progetto come sfida, progettisti alpinisti, progettisti subacquei. Ma non dimentichiamo che esistono anche i progettisti delle grandi pianure, quelli che, sulla loro Porche, percorrono infinite autostrade, larghe e sicure, un po’ noiose, senza aver mai voglia di svicolare, posteggiare il bolide e continuare a piedi su un sentierino infido che è improvvisamente comparso in mezzo alle ginestre. Oggi il designer affluente e influente è così: un uomo da autostrade di forme già codificate e clienti sicuri, di pubblico incolto e di emozioni annullate. Lui ha scelto la sua strada (come sappiamo un’autostrada), noi possiamo difenderci semplicemente non partendo per quel viaggio, restando ancorati alle nostre certezze, e ai nostri dubbi, più localistici, più materici, più da ansiolitici.

E dove  sta Francesco Faccin in tutto questo viaggiare per strade larghe o strade strette? Certo non sta nelle autostrade della vita. Né per generazione (le autostrade del progetto in Italia le hanno costruite i cosiddetti maestri, agli inizi degli anni ’50. le hanno costruite per loro, come piste private in cui non erano ammesse le 500 di chi faceva scuola guida), né per carattere (ce lo vedete Francesco al finestrino di una Porche con i Ray Ban specchiati, il viso abbronzato e la camicia un po’ slacciata sul petto?). Quindi necessariamente Francesco sta sui sentieri del progetto, lungo quei percorsi in cui si cerca, con fatica, e poi si deve spiegare ciò che si è trovato, un fiore spinoso, a degli altri che si aspettano almeno almeno una cassetta di funghi porcini!

E a noi, esploratori del design senza bussola, piace che Francesco stia lì. Lo aspettiamo però non solo lungo i percorsi alpini, ricchi del legno antico che Francesco conosce e ama, ma anche sulle pareti scoscese dove si cava il marmo, ma anche nei luoghi ameni dove si impasta l’argilla, nelle fabbriche rumorose dove si stampa la plastica. Aspettiamo che Francesco arrivi, piano piano, senza fretta, negli altri paesaggi del suo viaggiare da progettista. I paesaggi che lo aspettano e da cui potrà riportare storie e cose diverse.

Every designer relates to a landscape. A landscape that, in the time of his creative life, the designer covers far and wide, climbing its peaks and plunging into its depth. A landscape that we, the project consumers, are invited to enter walking on tiptoe, unable to completely understand certain roads, certain winding alleys, certain impasses.

This, obviously, is the case of designers who would choose the project as a challenge, mountaineer designers, scuba diver designers. Let’s not forget, though, that great plains designers also exist, the ones who aboard their Porsches, travel along endless highways, wide and safe, a little boring, without any desire ever to sneak off, to park the high-powered car and to continue on foot along a treacherous little path which suddenly turned up among the shrubs. Today, the affluent and influential designer is like this: a man for highways with shapes already encoded and steady clients, with uneducated audiences and devoid of emotions. He chose his road (as we know, a highway), we can defend ourselves simply by not leaving for such a trip, remaining anchored to our convictions, and to our doubts, more localist, more concrete, more as tranquilizer.

And where is Francesco Faccin in all this traveling along wide roads or narrow roads? Certainly, he isn’t on life’s highways. Neither by generation (since in Italy the highways of the project were built by the so-called masters, in the early Fifties. They built them for themselves, as private tracks where the 500 of the driving schools were not allowed), nor by character (can you imagine Francesco at the window of a Porsche with mirrored Ray Bans, tanned face and shirt slightly open on his chest?). Necessarily, therefore, Francesco is on the project’s paths, along those routes where one looks, with difficulty, for a thorny flower and then has to explain what he has found to the others who were expecting at least a box of porcini mushrooms!

And we, explorers of design without compass, like that Francesco stays there.  But we wait for him not only along the alpine routes, rich of the ancient wood that Francesco knows and loves, but also along the steep sides where the marble is dug out, and in the pleasant places where the clay is kneaded, in the noisy factories where the plastic is pressed. We wait for Francesco to arrive, slowly slowly, with no rush, to the other landscapes of his travel as a designer. The landscapes that are waiting for him and from where he will be able to bring back different stories and objects.