Settembre 2009 | Articolo IoArchitetto

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La bellezza della funzione e la sostenibilità  come naturale conseguenza dell’intelligenza dei processi

 

Vorrei presentare il lavoro di Francesco  Faccin perché stupisca tutti voi come ha stupito me (…) i suoi progetti rimangono in mente proprio per la loro cruda necessità.(…) invece di essere delle domande, una volta tanto e per fortuna questi oggetti sono delle risposte. «Io non devo progettare un tavolo perché rappresenta qualcos’altro. Io studio un nuovo tavolo perché voglio che una persona lo usi comodamente e con piacere. Che cosa voglia dire questo o come l’ho disegnato, lascio a te che racconti capirlo e scriverlo». È Francesco che parla. Allora è mio l’esercizio: è possibile tornare a guardare un oggetto semplicemente per quello che è, cioè uno strumento? Ha ancora interesse farlo, in questo minuscolo planetario sistema del design caricato di substrati comunicativi? È difficile dirlo, ma quando ho avuto la fortuna di guardare gli oggetti progettati e realizzati dalle mani di Francesco mi è parso naturale rispondere di sì. Ma cosa significa usare qualcosa con comodità e nello stesso tempo apprezzarne la forma? Prendiamo il tavolo Quadrato: per essere funzionale doveva essere ampio ma anche dotato di gambe sottili e nella posizione giusta, che non dessero fastidio. A un piano grande doveva corrispondere una struttura di compromesso tra solidità e ridotta sezione, perciò il piano doveva essere alleggerito il più possibile di peso, da cui la scelta del tamburato. Le gambe dovevano dare l’impressione di scomparire accanto al piano, così, per ridurre la loro presenza, è stato scelto di realizzarle ciascuna con due piastre larghe pochi centimetri avvitate, piegate nella parte superiore che si inserisce a C nel piano, dove è stata ricavata una fresatura con una macchina a controllo numerico. Le viti a brugola sono i soli elementi di giunzione, anche con il piano.(…) L’equilibrio di staticità, che è anche equilibrio formale, è dato dalla collocazione delle quattro gambe in corrispondenza degli angoli del piano, che risolve l’obiettivo di ridurre il fastidio delle gambe per chi siede, incrementando il numero dei possibili occupanti. Facilmente smontabile, in fase di trasporto l’ingombro del tavolo in spessore è pari alla larghezza della gamba. Trovo così una risposta alla mia domanda: usare un prodotto con comodità e con piacere vuol dire che questo è arrivato sul mercato con un prezzo economico perché il suo sviluppo è stato volto alla riduzione della complessità in ogni sua parte, ma che la sua estetica non ne ha risentito, visto che io lo comprerei; e che non mi procura fastidi o difficoltà, anzi, all’occorrenza, amplia le sue facoltà d’uso. Un altro designer avrebbe potuto semplicemente schizzare su un foglio di carta o realizzare un rendering di questo tavolo e poi lasciar fare tutto ai tecnici, artigiani o operatori, che si occupano normalmente della messa a punto dell’oggetto e della sua fattibilità. Ma questo non lo avrebbe arricchito intellettualmente e alla fine avrebbe ritrovato la sua firma su un oggetto risolto da qualcun altro. Come dimostra un altro progetto che, senza questo approccio radicato nell’operatività, Francesco Faccin non avrebbe mai potuto concepire. Si chiama semplicemente Lampadina ed è una lampada che a prima vista è solo una lampadina appesa al suo portalampada. In realtà è un’intuizione progettuale derivata dalla conoscenza del processo di fabbricazione della lampadina, che contempla una fase dove il bulbo è vuoto poiché solo successivamente il filamento viene inserito e saldato direttamente al vetro. Se di fatto si può definire lampada un oggetto che fa luce senza abbagliare, Francesco Faccin ha immaginato di utilizzare come diffusore il bulbo, che in quanto semilavorato del processo di fabbricazione della lampadina esisteva già in commercio, e di arretrare il filamento fissandolo direttamente all’interno del portalampada, in modo da schermarne la luce. Intuizioni disarmanti come questa sono proprie di chi progetta un’innovazione strumentale costruendola come il fine di una catena di eventi di produzione di cui non solo è pienamente cosciente ma che segue passo passo, mettendoci le mani dentro e arrivando a possederne limiti e potenzialità per piegarli al proprio bisogno. È la differenza tra designer e progettista artigiano, una definizione che, se vi piace, credo che si addica di più a definire questa professione ai nostri giorni. Ciascuno dei progetti di Francesco Faccin meriterebbe di essere spiegato e scomposto nei suoi dettagli per apprendere a pieno la cura con cui ciascuno è stato risolto. Ma, per fortuna, uno dei vantaggi delle cose ben fatte è che raccontano molto soltanto a guardarle.